Queste tele di Marisa Marconi sembrano, a prima vista, scandagli di penetrali labirintici di una memoria che tenta disperatamente di riportare in superficie "incidenti" esistenziali , che la mente ha fotografato, ma che per un processo di distorsione emotiva riemergono in negativo. Non escludo questa ipotesi,ma essa mi appare troppo freudianamente banale e astorica per tradurre in immagini significanti l'astanza pittorica che la interpreta. Ritengo, piuttosto, che l'artista affidi a queste tele il compito di riconoscere all'ombra, e per meglio dire, all'invasività dell'ombra, quella funzione che nel tempo ha assunto non soltanto quale contraltare di un'asseverazione fisico/escatologica (l'ombra di Peter Schlemihl, tanto per esemplificare), ma anche e soprattutto quale comun denominatore di una metodologia comportamentale e strumentale assolutamente insostituibile. Mi viene in mente il libro che lo scrittore giapponese Junichiro Tanizaki pubblicò nel 1933 con il titolo, appunto, Elogio dell'ombra. Una raccolta di saggi nei quali definisce l'ombra nel senso di tenebra, di black out luminoso, ma anche di elemento che, per contrasto,sa arricchire una forma mobile o stabile. In architettura l'ombra, si sa, può contribuire all'effetto estetico complessivo. Oppure, come ci fa notare Tanizachi, il colore della pelle di un uomo orientale può produrre un effetto d'ombra. Ecco, vorrei soffermarmi sul concetto di pelle, di epidermide per tentare un'esegesi per così dire sensoriale, di queste tele della Marconi che, al di là di un richiamo a certo spazialismo fontaniano, alimentano un sostrato plastico di volumi e sembianze virtuali, più che segrete, dove i turgori, i rigonfiamenti, le increspature, le sporgenze emergono dal cono d'ombra inondate da tangenze luminescenti, ma come se fossero illuminate da una lampada di Wood, conservano la "nera trasparenza delle forme".

Carlo Melloni