La scultura di Marisa Marconi
ovvero
Del sentimento panico In arte

Nel corso di una recente intervista, il ben noto storico e filosofo dell’arte Ernst Gombrich ha detto testualmente: "Oggi ogni tradizione è stata sostituita dalla smania del nuovo e non c’è il tempo per la creazione di un linguaggio artistico. Sopravvivono solo gli artisti che accettano di lavorare in modo sotterraneo, lontano dagli occhi dei critici". E concludendo questo pensiero, ha dato la terribile sentenza: "E’ questa drammatica trasformazione che rappresenta l’evento più importante nella storia’ dell’arte moderna e direi che segna più la morte della critica che non quella dell’arte". Se si è sostanzialmente d’accordo su questa affermazione, e io lo sono, occorrerà allora spogliarsi di ogni pur minima parvenza e saccenteria e alterigia di critico d’arte e andare alla ricerca di quelle "stanze segrete" in cui gli artisti operano lontano dagli occhi del mondo, ma soprattutto di quelli di chi gli chiedono, come a degli enfants terribles, "di rompere le convenzioni, di stupire, di inventare sempre cose nuove". Possiamo allora dirci fortunati di avere a portata di mano un esemplare di artista di tal fatta, poiché Marisa Marconi ne possiede i requisiti di autonomia creativa e ne incarna, per così dire, la natura criptica.

Marisa Marconi è per vocazione, una scultrice, ma alla stregua di molti plasticatori del nostro tempo considera la pittura e la grafica come un esercizio complementare, ma non secondario, rispetto alla scultura e non perché questa si realizza "togliendo" e quelle si concretano "aggiungendo", bensì perché ogni scultore - e Marisa Marconi non fa eccezione alla regola - dopo aver scoperto nella ingrata docilità della materia da modellare o da scolpire quello stesso soffio primigenio che consentì al Creatore di dare forma e vita al primo uomo traendolo da un ammasso informe di creta, chiede poi alla matita e ai colori di percorrere itinerari meno obbligati e meno vincolanti di quelli suggeriti da un blocco di pietra o da un tronco d’albero e di liberare la fantasia alla definizione di forme soltanto in apparenza più libere e "naturali" poiché, a differenza della scultura, esse sono prive della terza dimensione. Questo ci porta a concludere che disegno e colore sono intrinseci alla scultura, ma lo sono in una forma che, spesso, chiede, a chi guarda, di impegnare non soltanto l’occhio e la mente (e, non raramente, il cuore) ma anche quella facoltà analitica che tutti noi possediamo, anche se con accentazione diversa, e che si chiama introiezione psicologica. E’ soprattutto a quest’ultima facoltà’ che noi dobbiamo fare appello per penetrare negli ascosi meandri della scultura di Marisa Marconi. Il termine meandro è qui usato in tutte le sue possibili accezioni: dì tortuosa o sinuosa continuità ma anche di schisi, di solare concatenazione di forme ma anche di enigmatica definizione delle stesse. Una cosa è certa: questa scultura ad onta della sua apparenza informale, ha tracce innumerevoli del suo impianto figurativo, sicché spesso dobbiamo far ricorso a quella facoltà analitica di cui si diceva più sopra, la quale, in questo caso, è l’unica che può aiutarci a tagliare tutti i traguardi possibili: da quello dell’appagamento del senso estetico, quindi della vista, alla sensazione fisica del tatto, dall’olfatto che ci aiuta a distinguere la specie arborea usata dall’artista all’udito, in questo caso virtuale, per la musicalità che ogni opera d’arte naturalmente sprigiona. E possiamo anche aggiungerci quel sentimento pànico, ch è viatico per il turbamento dei sensi, che la scultura d’ogni tempo, specie quando esprime anatomie umane, ha la capacità di suscitare.
Tutto questo ci dice la scultura della giovane artista picena ed essendomi accostato ad essa, come ho premesso all’inizio, non da critico d’arte posso sinceramente augurarmi che molti proveranno, al primo o ai successivi approcci, le stesse suggestioni che io ho cercato di descrivere. Mi sia consentito, da ultimo, dare un suggerimento: non chiedete a Marisa Marconi i titoli delle sue opere. Le sue sculture vogliono essere soltanto guardate, non interrogate.

Carlo Melloni