La scultura di Marisa Marconi è, invece, ben radicata nella tradizione plastica ita-liana di questo secolo. Schematizzando, si può dire che segue quella diramazione che, partendo da Medardo Rosso e Arturo Martini, attraversa il Fontana degli anni Trenta e perviene all’espressionismo lirico di un Leoncillo, ma anche, per certe declinazioni linguistiche, al naturalismo atmosferico di Fazzini, di cui la Marconi è conterranea. Il percorso di questa artista, agli esordi, è nettamente fi-gurativo, ma a poco a poco evoluisce verso costrutti plastici in cui il disfacimento della forma, senza raggiungere l’ultimo stadio, consente all’artista di movimen-tare i registri espressivi, intervenendo nella struttura formata con intenti di rot-tura, talora sottraendo fino a scarnificare la materia — che in queste opere è il do-cile legno, ma in altre sue, sono il travertino e il marmo — per cui il soggetto viene evidenziandosi come da un magma informe, nel quale, tuttavia, vive per forza di imprinting. Venere picena, una delle sculture qui esposte, è indicativa di questa metodologia espressiva, che non degrada mai il soggetto a oggetto. L’opera Metamorfosi rende più esplicita l’idea del passaggio — e della coesistenza — tra forma formata e informale. In ultima analisi, la scultura di Marconi si colloca alla confluenza di due tra i fondamentali linguaggi plastici d’oggi e nella loro conso-nanza risiede la sua caratura poetica….

Carlo Melloni