PER UN GRUPPO "IN PROGRESS"

Quattro artisti adriatici hanno deciso di proporsi in una storica città dell’alto tirreno che è abituata, dal seicento e molto prima, a vedere e conoscere opere d’arte importanti, tra Mastro Guglielmo e Fiasella, tra Luigi Belletti e Camillo Pucci, tra Fontana e Discovolo, tra Mantelli e Fosella, tra Massola e Bia, per citarne alcuni. Saranno accolti con la più aperta tolleranza e con una forte acutezza indagatrice, tipica dei Ligures-apuani oltre che ovviamente con disponibile schiettezza. La città poi è anche abituata a conoscere e seguire i “gruppi” e in generale ogni istituzione culturale associativa e solidaristica, per antica storia e per un forte culto dei valori, etici e creativi. Quindi stiano sereni Marisa Marconi, Vittorio Amadio, Clodoveo Masciarelli e Antonio Cremonese: nell’atrio del nobile Palazzo Civico di Sarzana avranno incontri con artisti; dovranno attrezzarsi a rispondere a pacifiche quante acute istanze di chiarimento; potranno constatare la vivacità dialettica e la preparazione degli interlocutori.
La nascita di un gruppo di artisti ha sempre rappresentato, per chi scrive questa breve nota “in articulo consecrationis”, un momento di grande speranza, pur conoscendo le difficoltà d’ordine, diciamo così, “genetico” che presiedono non tanto alla costituzione del gruppo quanto alla sua permanenza non breve nell’agone creativo. Dunque larga disponibilità in sede critica ad appoggiare gli intenti espositivi del gruppo marchigiano, disponibilità che si sostanzierà veramente quanto più il dialogo fra artista e critico si allargherà (sappiamo già tutti che si doveva fare così) sino a comprendere a capire fino in fondo di ciascuno non solamente, l’itinerario conoscitivo - emozionale con annesse evoluzioni e acquisizioni estetiche quanto, ancor più, la struttura umana che è sempre composta di entusiasmi e cadute, di momenti magici e ribollenti e di silenzi a volte positivamente preparatori a volte caratterizzati da fermate meditative durante le quali tutto viene messo in discussione.
Questa nota viene redatta ventiquattrore prima della mostra: sono state viste le opere mentre era in corso l’allestimento; le conversazioni - un paio d’ore- si sono svolte, proficue peraltro, con tre dei quattro artisti. Siamo stati alla fine tutti concordi che un esame critico vero e proprio avverrà in altra occasione, dopo la visita agli studi di ognuno e dopo quindi che si verifichi l’assimilazione piena degli intendimenti, che peraltro già oggi ci paiono veraci e davvero autentici.
E allora cui prodest questa presentazione? Forse - sottolineo “forse” – serve a delineare in prima battuta alcune motivazioni comuni che si situano nello spazio etico-estetico ove si sono concretati i primi incontri e ove è sorta, soprattutto, la necessità di presentarsi con immagini visive diverse (è persino ovvio) ritenendole, come vuole il grande Emest H. Gombrich “forma di comunicazione “. Cercheremo così di fare emergere alcuni “passaggi solidali” trascurando per ora le variabili più evidenti e ancor più quelle “riservate” con il proposito più che modesto di fornire qualche semplice chiave di lettura, almeno di alcuni impulsi e/o caratterizzazioni fondanti. Ci pare, per esempio, che il problema dell’integrazione fra arte e illusione si riveli qui - e torna in mente Gombrich - in un’interessante pluralità “coscienziale e immaginativa” nel rispetto, quasi sacro, per la materia sia essa colore legno ferro marmo o altro ancora.
Ci pare anche che il sostegno reciproco fra linguaggio e immagine (a volte irruento e senza pentimenti all’insegna dell’entusiasmo cromatico a volte esito di un lungo ma gratificante e ”alto lavoro”, specialmente in sede plastica) abbia raggiunto una zona di singolarità tutta da sottolineare positivamente su cui, in altra sede appunto, ci siamo già impegnati a intervenire con maggiori, e ben specificate, elaborazioni critiche.
Differenti forme in libertà pur coordinate e impegni plastici forti e severi - estranei vivaddio, a manierismi a’ la page quanto a concettualismi usurati - sono altri “valori” che emergono già da questa prima lettura; così come non ci sono sfuggiti stilizzazioni (libertarie o programmate) e spirito inventivo che si basano sul riconoscimento permanente dei “territori materici e cromatici” più animati e dinamici.
E poi un’ultima considerazione, forse banale ma a nostro avviso da dichiarare con convinta spontaneità: non abbiamo dubbi che nell’ambito del “gruppo” si svilupperanno i cosiddetti dialoghi dell’ineguaglianza che, unici, possono favorire nuove analisi (anche autocritiche), nuovi progetti di “trasmutazioni formali”, anche qualche provocazione purché intelligente e vocata al “lavoro artistico”, pittorico o grafico o plastico che sia. Parlando con Masciarelli, con Amadio e con la Marconi ci siamo convinti che il loro operare in arte è molto più di un tentativo (già molti traguardi sono stati superati e vinti) di conquistare ambiti sempre più sconfinati e impervi dell’immaginazione. Basta soffermare il nostro sguardo mentale sulle loro opere con serenità e impegno, soprattutto senza pregiudiziali o fedeltà a schemi. Si individueranno facilmente le incursioni nell’area delle sensazioni coloristiche più incontenibili e infinite, nonché le irruzioni lungamente pensate e “sofferte” nelle regioni più affascinanti e misteriose della plasticità primaria ove la materia è venerata giustamente anche per trarre dal suo tessuto diversamente vascolare immagini e messaggi, importanti, e che vadano oltre i muri della quotidianità banale, piuttosto orientati verso lo scoprimento, la “rivelazione” staremmo per dire, di quelle che Reynolds definiva “idee innate”.

Ferruccio Battolini